Forgiatori e maniscalchi: i Vellini, artigiani venuti da lontano
Albino Vellini, ultimo fabbro ferraio di Armungia
«Mio padre era figlio di fabbro, nipote di fabbro. Prima era così, se eri figlio di contadino dovevi fare il contadino, come io ho fatto il fabbro perché mio babbo era fabbro». Il racconto di Albino Vellini, nato ad Armungia il 29 febbraio 1920, ultimo fabbro ferraio del paese, restituisce la storia di una famiglia venuta da lontano: una storia fatta di sapienza, fatica e precisione, ferro da forgiare e strumenti da produrre.
La famiglia Vellini dal Piemonte alla Sardegna
Il primo Vellini ad arrivare in Sardegna fu Giovanni, giunto alla metà dell’800 dal Comune di Briga Marittima, oggi La Brigue, nelle Alpi Marittime al confine tra Francia e Piemonte. Sulle ragioni che portarono Giovanni Vellini a trasferirsi nell’isola restano dei dubbi. Ciò che è certo è che si stabilì in Ogliastra, a Tertenia, e qui sposò Greca Sotgia mettendo su famiglia. Dei suoi figli, Raimondo e Tommaso trovarono occupazione in due importanti miniere situate tra Gerrei e Sarrabus, una d’antimonio e l’altra d’argento, negli anni dello sviluppo dell’industria mineraria sarda: «Raimondo e Tommaso – ricordava con precisione Albino – erano venuti a montare la laveria meccanica nella miniera di Su Suergiu, a Villasalto, e nella miniera di Monte Narba, a San Vito. Mio nonno non l’ho conosciuto. Mio babbo era orfano da undici anni». Stabilitosi ad Armungia per il matrimonio con Teresa Dessì, conosciuta forse in miniera, Raimondo morì infatti nel 1902 a soli 46 anni, lasciando due figli, Giuseppe, padre di Albino, e Vincenzo.
La bottega del fabbro ad Armungia
I due fratelli si trovarono così ad affrontare fin da giovani le dure fatiche della vita lavorativa, apprendendo l’arte della forgiatura del ferro. Vincenzo lasciò poi la Sardegna per trasferirsi nel Lazio, ad Albano Laziale, e lì aprì una bottega conosciuta come “Rinomata mascalcia del sardignolo Vincenzo Vellini”. Giuseppe rimase invece ad Armungia e dopo la scomparsa della madre decise anche lui di aprire bottega, trasformando in laboratorio la vecchia abitazione di famiglia. Nel sottoportico, un tempo destinato al ricovero degli animali domestici, installò il telaio per la ferratura dei buoi mentre la cucina fu trasformata in fucina per la forgiatura del ferro. Da luogo di conservazione del cibo e delle botti di vino, il magazzino divenne spazio di stoccaggio delle scorte di ferro e carbone, mentre la vecchia stanza da letto al primo piano, costantemente invasa dalla fumo della forgia sottostante, cadde in disuso.
Gli strumenti del mestiere e il lavoro del fabbro
Albino Vellini cominciò a lavorare fin da bambino come apprendista del padre, imparando a realizzare e riparare tutti gli strumenti indispensabili al lavoro contadino, oltre ad oggetti d’uso domestico come spiedi, treppiedi, chiavi e chiavistelli. Dal padre ereditò la bottega del fabbro e la portò avanti per diversi decenni: «Lavoravamo soprattutto d’inverno – raccontava – ma in ogni stagione c’era il lavoro che occorreva. Quando si preparavano i campi, dopo la trebbiatura, dopo agosto, si cominciavano a preparare gli aratri, i vomeri, le zappe, sicché si lavorava continuamente per aggiustare quello che i contadini consumavano… Per quando si tagliavano le siepi e per preparare i terreni ci volevano le roncole. Siamo arrivati ad avere anche cento roncole da vendere e venivano non solo quelli di Armungia, ma anche dai paesi vicini, perché le roncole che faceva mio babbo erano di bella figura».
Il recupero del ferro e la memoria della bottega
Ritornando con la memoria al lavoro di una vita, Albino ricordava ancora: «Tutto il rottame si recuperava. Con un pezzo di ferro vecchio si doveva fare un pezzo di ferro nuovo. Con i fucili ad avancarica che non funzionavano, ad esempio, si facevano attizzatoi per il fuoco. Quando hanno fatto la Rinascente, a Cagliari, mio babbo aveva comprato dall’impresario il ferro rimasto e ne ha fatto ferri da cavallo e ferri da bue». Dopo aver dismesso la bottega, Albino Vellini è stato, fino alla sua scomparsa, la memoria vivente del piccolo museo realizzato al suo interno, allestito a partire dai suoi strumenti e dalle sue testimonianze. La Bottega del fabbro continua ancora oggi a testimoniare la sua storia.